Tod’s celebra, attraverso una serie di ritratti fotografici di raffinati uomini italiani, il talento di unire l’estetica all’etica, la contemporaneità alle tradizioni, la bellezza alle capacità. Il libro Tod’s Italian Portraits, curato da Donatella Sartorio ed edito da Skira, è ora disponibile in selezionate librerie di tutto il mondo e anche online.

Dedicata al libro, Tod’s ha lanciato anche l’app Tod’s Italian Portraits per iPad e iPhone: un viaggio multimediale attraverso lo stile italiano, perfettamente rappresentato da questi personaggi, che affonda le sue origini nel Made in Italy e nell’importanza delle cose “fatte bene” e dell’artigianalità: una scelta di eleganza non ostentata e di rispetto del passato e delle radici. Valori senza tempo, parte di uno stile di vita e di una cultura moderna e cosmopolita ma ben radicata nel nostro Paese.

I protagonisti di Tod’s Italian Portraits

GIOVANNI GASTEL

Giovanni Gastel
Giovanni Gastel

Fotografo. Da ragazzo lavora in teatro e scrive poesie. A vent’anni comincia a fotografare seriamente. Dagli anni ottanta collabora con le più prestigiose riviste di moda, reinventando lo still life. Negli anni novanta cominciano le sue mostre. A oggi ha pubblicato cinque libri. Un vero gentiluomo, colto, affascinante, generoso e disponibile. Acutissimo, fa dell’ironia il suo gioco. Lo incontriamo nella sua casa di campagna, a Castellaro, in Lomellina, accanto a quelle dei vari fratelli Gastel. Fotografato con i suoi nipoti fotografi, Matteo Gastel, trentaquattro anni, e Guido Taroni Gastel, ventiquattro: ognuno con il proprio stile, nella fotografia, nella visione della vita e nel vestire. Comuni sono le nobili origini, la formazione culturale, le tradizioni altoborghesi ereditate da genitori e nonni straordinari. Giovanni sostiene che “in ognuno di noi c’è sempre dello stile, nel pensare, nel guardare, nel relazionarsi, forse anche nel vestire. Come in fotografia, è la codificazione di un errore che fa il tuo stile. È la sorpresa, l’uso di qualcosa non previsto”. “La mia grande passione sono i cavalli: la loro bellezza è straordinaria, quando sei su di loro nasce un animale nuovo.” “Provo un’enorme fierezza per il fatto di essere italiano: sono commosso che mi abbiano fatto nascere in questo paese di creativi. Il lusso per me è stato sempre un valore morale, non significa una cravatta, o un abito, ma un atteggiamento in armonia con il momento. Per me è impensabile eludere le tasse: pagarle è un dovere e un onore, perché servono a realizzare le cose”.

GUGLIELMO MIANI

Guglielmo Miani
Guglielmo Miani

Imprenditore e manager. Un gentiluomo contemporaneo, alto e asciutto, con un viso dolce che, quando sorride, ricorda quello di un giovanissimo Gary Cooper. Si veste con eleganza, parla del suo stile legato a Milano, del suo amore per l’understatement con un tocco di creatività. Un uomo cortese ed educato, oggi amministratore delegato di Larusmiani, azienda leader mondiale nel settore tessile, fondata negli anni venti dal nonno, Guglielmo Miani Senior: un sarto pugliese creativo e visionario, mecenate e filantropo, che fu il primo a importare in Italia dall’Inghilterra tessuti pregiati per uomo. E divenne proprietario dello storico bar Camparino in Galleria, celebre luogo d’incontro di artisti e notabili milanesi dell’epoca. Lui, erede del nome e della boutique su tre piani in via Monte Napoleone, lo stesso indirizzo dal 1954, ha deciso di continuare dando nuovo slancio all’azienda. Alla rinnovata collezione per uomo fatta a mano affianca una collezione donna con gli stessi valori: un nuovo stile milanese. Da dieci anni vive in un attico molto essenziale e molto stylish, dove lo abbiamo fotografato, tra rari pezzi di design e opere di arte contemporanea. Attualmente ricopre anche la carica di presidente dell’Associazione della Via Montenapoleone, creata per valorizzare, specie all’estero, la strada italiana più famosa del mondo. “Durante l’Expo”, dice, “questa sarà la via che ognuno dei milioni di nuovi visitatori vorrà vedere, in quanto vetrina dell’eccellenza mondiale. Il mio obiettivo, come presidente, è anche quello di promuovere e valorizzare il territorio e il patrimonio culturale della città”.

GELASIO GAETANI D’ARAGONA LOVATELLI

Gelasio Gaetani D'Aragona Lovatelli
Gelasio Gaetani D’Aragona Lovatelli

Winemaker e viaggiatore. Grandioso e noncurante, aristocratico e generoso, ironico e seduttore, elegantissimo e simpatico. Capelli lunghi, gessato blu di proporzioni reinventate, camicia azzurra e bretelle rosse. Lo raggiungiamo a Roma nella casa di un suo amico collezionista. Ha un’aria amabile e ravagée. “Sono un uomo più semplice di come mi descrivono. Conosco i miei gusti e le mie abitudini.” Sembra volage e inaffidabile, ma è puntuale per ciò che davvero ama: i suoi figli e i suoi nipoti, i suoi amici veri e il mondo del vino, da sempre una sua grande passione. Scrive diari, frequenta il mondo, molti pensano di conoscerlo. “Appartengo a una famiglia antica, di cui si possono dire tantissime storie. Per il mio lavoro incontro grandi produttori di vino, grandi collezionisti ed esperti e grandi mecenati, ma soprattutto grandi donne belle e appassionate. Vivo per conto mio, separato da troppi posti che ho amato e separato dalla donna che amo. Il mio sogno è creare un nuovo vino in Italia, in qualche territorio sconosciuto e antico, con l’aiuto di alcune produttrici appassionate di vino che mi hanno insegnato tantissimo, e produrre un vino in Argentina, che mi ricorda l’Italia com’era quando ci vivevo da bambino.” “Lo stile te lo porti dentro”, dice, “non si inventa e non si imita. Essere genuini è stile. C’è chi ha stile e chi non lo ha. Io uso sempre le stesse poche cose.” Aggiunge: “La vera amicizia tra uomini è la fratellanza: i miei fratelli erano i miei migliori amici”. Ci conduce in via Caetani e a vedere il Palazzo Gaetani Lovatelli dove vivevano i quattro fratelli Gaetani. Poi nel cortile di casa Franchetti con i giovani amici Flavio Misciattelli, 39, Guido Rossignoli, 45, Managing Director di Anfia e responsabile delle relazioni istituzionali di grandi gruppi.

NO BRAIN

No Brain
No Brain

Mattia, Luigi, Pietro, Jacopo, Clemente, Ugo e Andrea erano un gruppo di studenti romani, amici da sempre. Tutti oggi lavorano, ma la loro amicizia tra maschi li tiene ancora legati e attivissimi grazie a NBG Onlus, il loro gruppo dei “senza cervello”, con grande cuore e fortissime braccia. Sfruttano amicizie e conoscenze per creare feste meravigliose con ingresso a pagamento, il cui ricavato viene devoluto interamente in beneficenza a ospedali e onlus scelti insieme. L’associazione parte nel 2004, con una festa di duecento persone. In otto anni, grazie al passaparola, gli invitati “benefattori” a ogni festa diventano anche millecinquecento. Tutti amici fra loro. Locations: case vuote e giardini di famiglia e di amici generosi. Rifornimenti donati dagli sponsor. Allestimenti, illuminazione e decori progettati e costruiti personalmente dai magnifici sette, con l’aiuto di instancabili amici. Ogni membro ha un ruolo che gli si addice: Andrea, consultant da McKinsey, strategie; Clemente, romano, avvocato a Parigi, regolamenti; Jacopo, speaker radiofonico, guest relations; Luigi, esperto in meccanica ed elettronica, costruzioni; Mattia, ingegnere gestionale, i conti; Pietro, investment banker da BNP, i denari; Ugo, laureato in Giurisprudenza, questioni. Li abbiamo fotografati in smoking, la loro divisa, nel salone della Rocca della famiglia di Clemente di Napoli Rampolla, a Vejano. Manca Andrea Queirolo, a New York per avoro. Insieme per spiegare ai loro coetanei che la vera amicizia è il fondamento virtuoso dell’NBG Onlus.

FERDINANDO BRACHETTI PERETTI

Ferdinando Brachetti Peretti
Ferdinando Brachetti Peretti

Amministratore delegato di api Holding, Gruppo api, e presidente delle società Api Energia e Api Nòva Energia. Lo incontriamo da lui, all’ultimo piano della casa di famiglia a Villa Borghese. È un bell’uomo, affascinante e ne è consapevole; complicato, e si vede. Cuore del suo appartamento è lo studio pieno di apparecchi tecnologici dove passa molte ore di sera, lavorando sulle sue fotografie e sulla musica. È in gessato blu, ha l’aria rilassata dell’uomo che sta bene nella sua pelle anche se dappertutto appaiono inquietanti immagini di animali uccisi, visti da fuori e da dentro. Non a caso ha intitolato “Hidden Soul” la sua recente mostra di fotografie a Madrid, alla galleria Caylus, che ha portato anche ad Arte Fiera, Bologna, al MIA di Milano, e a maggio 2012 al Roma Contemporary. Indossa un paio di stivaletti Tod’s degli anni novanta, che allora portava volentieri. Si definisce uomo eclettico e fortunato. Nelle sue priorità vengono anzitutto i suoi figli, Cosmo e Briano, avuti con la moglie Mafalda d’Assia. Poi il suo lavoro di imprenditore, che lo coinvolge intensamente. Al terzo posto naturalmente le donne. La premessa di tutto è la passione, che lo muove da sempre. Da quella originaria per la motocicletta a quella di pilota di elicottero, con un brevetto preso quasi per scommessa, fino a diventare campione italiano di pilotaggio. Poi quella per i viaggi e la fotografia, soprattutto in Africa. Non sopporta la banalità. Quando incontra persone sconosciute fa loro immediatamente una radiografia. Considera lo stile come la naturale espressione estetica di una persona e del suo modo di fare. Ma dietro la sua disinvoltura, resta la domanda sulla ricerca dell’anima. Forse per questo, dopo la sua prima apparizione al Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, ha deciso di trovare risposte forti nella ricerca artistica, uno dei lati interessanti della sua personalità.

GIOVANNI MAZZEI

Giovanni Mazzei
Giovanni Mazzei

Business School all’Università Statale di Milano. L’aria da “piccolo principe”, la bella testa ricciuta, il portamento fiero, gli occhi che ridono, la gradevole parlata toscana. Lo incontriamo nella tenuta di famiglia a Fonterutoli, borgo del Quattrocento a 5 chilometri da Castellina in Chianti. Un piccolo castello a doppio loggiato, il giardino all’italiana, i cipressi e le colline cariche di vigneti. Sotto, la nuova cantina a basso impatto ambientale, con pareti di roccia da cui sgorga l’acqua della fonte. E tremilacinquecento barriques. Dice di sé: “Dinamico, eclettico, simpatico, con un lato anche serio e profondo. Da poco ho capito che bisogna amare sempre. L’amicizia è fondamentale; è un patto solidale anche con il mio bracco Barrique. Nel lavoro sto provando cose diverse, ma la mia passione è il legame con la terra. Il vino è il mio primo interesse, è un rapporto passionale. Il vino mi collega alla terra: specialmente qui, dove riusciamo a vedere tutti i processi. Vorrei dedicare la mia vita a qualcosa che rimane, come i fabbri e i falegnami che vivono in questo borgo, e che da secoli si trasmettono la tradizione. È grazie a questi magnifici artigiani che oggi abbiamo un paese ricco di cose magnifiche. La nostra comunità di Fonterutoli ne è l’esempio. Ho sentito dire in casa che, nel momento della difficoltà, il popolo italiano ne viene sempre fuori: dopo la fine della seconda guerra mondiale l’Italia si è rimboccata le maniche. Ora succederà di nuovo: la crisi è fondamentale, senza crisi non ci sono cambiamenti”.

LUCA RUBINACCI

Luca Rubinacci
Luca Rubinacci

Designer nell’azienda di famiglia. Nel 2001 inizia a lavorare con suo padre nella storica sartoria Rubinacci, fondata nel XIX secolo dal bisnonno Mariano. Visionario, sveglio e propositivo, veste con stile e tocchi di libera creatività, cosa che l’ha reso celebre nel mondo come “il dandy made in Italy”, fotografato da The Sartorialist. A vent’anni, facendo il velista, vestiva con maglietta e pantaloncini, poi comprende che è necessario infilarsi una giacca per essere credibile e non essere considerato “il figlio di”. Racconta: “Rappresento la terza generazione, e voglio costruirmi la mia clientela: o creo un distacco netto, o rimarrò sempre figlio di due grandi. Per questo ho deciso di rompere gli schemi, dimostrando che posso vestire anche chi non ha bisogno di ‘vestirsi’. La new generation pensa che mettersi un abito sia sinonimo di ‘lavoro’. Per dimostrare il contrario, ho creato il Rubinacci Club, un blog dove metto in evidenza che ti puoi divertire di più costruendo il tuo stile piuttosto che seguire quello di altri”. Incontriamo Luca nella villa di Posillipo dei suoi amici del cuore, i gemelli Fabio e Andrea Giangrasso (Napoli, 1981), due ragazzi eleganti e per bene, attentissimi allo stile, non solo estetico. Fabio, laureato in Economia aziendale, lavora dal 2003 alla Ernst & Young nel settore M&A fino al suo ritorno, nel 2011, a Napoli dove fonda la sua azienda per la produzione e commercializzazione di articoli monouso in plastica. Andrea, laureato in Economia, si trasferisce a Milano nel 2004 e per dieci anni lavora nell’alta finanza. Di recente entrato nel mondo del cashmere, fonda nel 2012 il marchio “Canessa Cashmere dal 1972” con il sostegno del suocero Giacomo Canessa, fondatore della storica Malo. Dicono: “Da una vita siamo amicissimi con Luca, che ci permette di dare sfogo al nostro gusto e alla nostra personalità”.

CARLO BORROMEO

Carlo Borromeo
Carlo Borromeo

Industrial Designer. Bruno, ricciuto, grandi occhi celesti, una erre molto arrotolata, gira in pullover e camicia, raro vederlo con la giacca, mai la cravatta, sì la sciarpa. E mai cappotto. Con un suo stile estremamente naturale. Dice: “Non fare mai la stessa cosa due volte, continua a cambiare, ad avere curiosità ed entusiasmo”. Lo abbiamo fotografato nel suo studio di Milano, dove lavora con altri tre “ragazzi”, Fabio de Silva, Filippo Sgalbazzi, Andrea Rossi, più Matteo d’Aloja, di base a Roma, tutti altrettanto coinvolti nella professione: architettura, grafica, industrial design e sperimentazioni virtuali. Grande appassionato di automobili, a diciannove anni lavora già per il gruppo Volkswagen a Barcellona. Studia Design dell’auto e del prodotto presso la Academy of Art a San Francisco e vive per qualche anno a New York, lavorando per designer famosi. Comincia la sua vera carriera “studiando” da Giugiaro, a Torino. Nel 2010, in società con Fabio de Silva, figlio del mitico Walter de Silva, apre a Milano il suo studio. Che si basa sulla tradizione del design milanese unita alla forza innovativa del design internazionale. Oggi i due soci collaborano con marchi prestigiosi quali Ferrari, Volkswagen, Vertu, Italia Independent, Smeg, Technogym, Pirelli e altri. Carlo, che apprezza l’etica americana e considera molto elegante l’epoca tra gli anni cinquanta e i sessanta in quel paese, ha appeso sulla parete dello studio una grande bandiera degli Stati Uniti. Valuta molto il senso dell’amicizia: tutti nello studio si muovono alla pari. Il tratto più evidente del suo carattere è la curiosità, nella vita e nel lavoro. Che affronta con semplicità, entusiasmo ed enorme voglia di fare.

PIETRO RUFFO

Pietro Ruffo
Pietro Ruffo

Pittore. Sguardo profondo e sorridente, bella faccia, bella silhouette, una testa scura, arruffata e riconoscibile, un tono di voce morbido e suadente. Lo incontriamo a Roma, nel suo studio, negli spazi dell’ex Pastificio Cerere, sede della fondazione che si occupa di giovani artisti, dove vive e lavora. Pietro è un ragazzo schivo, paziente e meticoloso. Molto esigente con se stesso, ritiene importante per un artista contemporaneo avere rispetto per l’intelligenza altrui. Ha uno stile naturale grazie a ciò che gli hanno trasmesso, anche a livello interiore, il nonno pittore e il padre architetto. Fondamentale, nelle sue scelte, sua moglie Giulia. Di lei racconta: “Ho trentatré anni, e da più di metà della mia vita conosco la donna con la quale ho un bambino. Da allora questa donna continua a farmi impazzire, e io continuo a non capire perché sta con me”. Ama l’arte contemporanea perché è accessibile e gli dà energia, è uno stimolo che parte dall’aspetto del gioco, anche se i giocatori sono seri. Dice: “Secondo me nell’arte contemporanea non c’è niente da capire. Se ti piace bene, se no, pace, ti piacerà qualcos’altro. Non ti deve piacere tutto”. A lui piace Boetti, e si vede. Dopo le sue ultime mostre, “The Political Gymnasium” alla Blaine Southern Gallery di Londra, e “Freedom Supermarket” a Milano, da Carlotta Testori Studio, Pietro ha in programma una “residenza artistica” in Sudafrica. Il suo gallerista di Roma è Lorcan O’Neill, fotografato in questo libro.

FAMIGLIA BONACCORSI

Famiglia Bonaccorsi
Famiglia Bonaccorsi

Lucio Bonaccorsi dei Principi di Reburdone, per tutti Don Lucio (Catania, 1948). È un uomo fascinoso e piuttosto riservato, però forte, sicuro, pugnace. Circondato da una famiglia molto numerosa e “presente”, vive tra Milano e la Sicilia, nella tenuta del Castelluccio, vicino a Noto (Siracusa), dove si occupa con passione dei suoi mandorleti, aranceti e uliveti, oltre che dell’acquedotto di famiglia. Uomo generoso, elegante e di gran classe, ha un carattere solare e positivo. Adora la sua moglie speciale, Luisa Beccaria, creatrice di moda milanese, che gli ha regalato cinque bellissimi figli, e con la quale ha concepito e portato avanti il restauro del borgo del Castelluccio. Ha un rapporto profondo e molto affettuoso anche con i figli, i cui nomi cominciano tutti con la sillaba “Lu”: Lucilla, Lucrezia, Ludovico, Luna, Luchino (di età tra i ventotto e i dodici anni). È un maestro nel parlare di quella eleganza italiana fatta di sofisticata semplicità che si vede in tutto ciò che lo circonda. Ludovico, ventuno anni, sottile, elegante, un po’ dandy, adora la Sicilia, la terra e le persone. A vent’anni, invece di continuare gli studi, ha deciso di lavorare in una società leader delle assicurazioni ed è felice della sua scelta. Luchino, dodici anni, capelli arruffati e sguardo celeste di famiglia, sembra già un tipo dalle idee chiare: “Per me lavorare la terra è un’arte, è qualcosa che prosegue e lascia sempre qualcosa, un frutto, un fiore; qui si fa l’olio, come un disegno che rimane…”. Per le foto, i tre hanno scelto istintivamente un blazer blu, portato ognuno alla sua maniera.